Hai perso il lavoro? Cazzi tuoi.
Una riflessione su Bauman e l'insicurezza del lavoro
«La libertà individuale può essere solo il prodotto di un impegno collettivo (…)»
(da Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale)
Secondo Bauman, la libertà individuale può essere realmente tale soltanto quando esistono condizioni sociali che la rendono possibile: la libertà del singolo è, in questo senso, il prodotto di un impegno collettivo.
Nella società contemporanea, tuttavia, le condizioni della libertà vengono sempre più considerate una responsabilità individuale: problemi e paure che un tempo potevano essere riconosciuti come comuni vengono privatizzati, e ciascuno si trova a doverli affrontare per conto proprio. Il sistema produce una condizione collettiva, ma la soluzione viene cercata individualmente.
Leggo questo libro (del 1999) e mi ritrovo a riflettere sul fatto che i fenomeni descritti da Bauman li possiamo vedere benissimo intorno a noi, per esempio nella situazione del mondo del lavoro e nella gestione (o sfruttamento) dell'insicurezza. Sulla questione della percezione della sicurezza si potrebbero fare svariate riflessioni che chiamano in causa la politica, la propaganda, l'immigrazione. Ma per oggi vorrei concentrarmi sul lavoro, e in particolare su quello che vedo, qui e oggi.
Il lavoro come luogo in cui l'individualizzazione diventa concretissima. Non solo perché ciascuno deve “gestire” la propria carriera, ma perché anche l'insicurezza lavorativa tende a essere presentata come qualcosa che il singolo deve imparare ad affrontare, adattandosi, riqualificandosi, diventando più flessibile, più competitivo, più resiliente.
Se non trovi lavoro, devi renderti più competitivo, imparare a venderti meglio.
Se hai paura, devi imparare a gestire la tua paura.
Se la tua posizione sociale è diventata fragile, devi adattarti, reinventarti.
Se cerchi stabilità e tranquillità e non le trovi, colpa tua perché hai una mentalità poco imprenditoriale e sei di quelli che vogliono vivere comodi col posto fisso.
Ora, a me la mentalità innovativa e imprenditoriale piace molto, ma anche il posto fisso non mi fa schifo per niente. Penso che le due cose possano benissimo convivere, mi pare normale che in una società la quota di “innovatori” sia percentualmente minoritaria; ma non svilirei il contributo di chi fa un lavoro sicuro, anche ripetitivo, se vogliamo, o persino “facile”.
La collettività ha bisogno di entrambi i tipi di persone: se fossimo tutti imprenditori gli imprenditori non avrebbero nessuno a fare il lavoro nelle loro aziende, e se fossimo tutti “gregari” che evitano il rischio non avremmo innovazione.
Il problema, infatti, è proprio questo: non ragioniamo come collettività, ragioniamo in un'ottica di estrema individualizzazione.
Ecco, quindi, perché leggendo Bauman ho pensato subito che il lavoro sia uno dei luoghi in cui questa individualizzazione diventa estremamente concreta, ed estremamente drammatica.
Di recente ho avuto svariati esempi di come questa individualizzazione stia impattando la vita di molte persone. Un amico mi ha raccontato della figlia, grafica e designer, che ha perso il lavoro e ha preso un diploma da infermiera, per cercare poi lavoro in questo campo. Un altro amico mi ha raccontato una storia simile a proposito di suo figlio, musicista, ora in procinto di prendere un diploma in non so quale ambito finanziario.
Una conoscente mi ha parlato del marito, ingegnere, lasciato a casa per motivi di “ristrutturazione” aziendale, che fa lavoretti di riparazione per mantenersi. Un caro amico, con un diploma tecnico, l'anno scorso si è reinventato venditore.
Non voglio discutere qui se sia colpa dell'IA, delle politiche trumpiane, delle guerre per il petrolio, del greenwashing o degli UFO, il punto è che stiamo vivendo un momento di grande instabilità dal punto di vista del lavoro, e le persone sono lasciate sole a gestire questa instabilità.
Il lavoro è identità per molte persone, risponde a bisogni profondi dell'essere umano; e una società che lascia la gestione di questi drammatici cambiamenti al singolo individuo è una società che non si sta facendo carico della propria sopravvivenza.
Perché uno che perde il lavoro non perde soltanto uno stipendio: può perdere un'identità professionale, una rete di relazioni, una posizione nella società, un senso di utilità, una progettualità. E quando la perdono in tanti, è la società intera che ha un problema, non il singolo.
Qui ci sono quindi due concetti distinti: l'insicurezza reale del mondo del lavoro e la trasformazione dell'insicurezza in una responsabilità individuale.
La prima è un fatto sociale/economico; la seconda è il meccanismo descritto da Bauman 27 anni fa e purtroppo invecchiato molto bene.
Per esempio: se un'azienda chiude e cento persone perdono il lavoro, quello è un problema collettivo. Ma se a ciascuna di quelle cento persone diciamo “Adesso devi reinventarti, aggiornarti, acquisire nuove competenze, essere resiliente, imparare a venderti, cambiare settore...”, stiamo trasformando una conseguenza collettiva in cento problemi individuali.
E qui torniamo esattamente a Bauman: se manca l'agorà, dove si può trasformare una difficoltà individuale in una questione collettiva?
Oggi, quando qualcuno perde il lavoro o non trova lavoro o fa un lavoro sottopagato, gli viene propinata una quantità imbarazzante di consigli dal guru di turno: “ti faccio vedere come scrivere meglio il curriculum”, “ti spiego come venderti meglio”, “ti dico come rispondere alle domande nei colloqui”, o casomai gli vendono l'ennesimo corso di aggiornamento per prendere il diplomino numero seimila nella nicchia che andrà per la maggiore nei prossimi due mesi.
Ma non dovremmo invece ricominciare a riflettere sul sistema che abbiamo costruito come società? Non potremmo iniziare a dire che dovremmo recuperare la dimensione collettiva del problema del lavoro?
Forse dovremmo smettere, almeno per un momento, di chiederci come rendere ogni singolo individuo più bravo a sopravvivere all'insicurezza e ricominciare a chiederci che cosa possiamo fare, come società, perché l'insicurezza non ricada sempre e soltanto sulle spalle del singolo.
Cosa ne pensate?