Mendoza, il Messico e una spiaggia vuota
1 agosto 2026
Ho letto Balas de plata di Elmer Mendoza ( Proiettili d'argento nell'edizione italiana, Silver Bullets se volete leggerlo in inglese) mentre mi trovavo in Messico a febbraio di quest'anno, mio malgrado testimone di uno dei casi in cui i Narcos si ergono a protagonisti della scena, proprio come nei romanzi di Mendoza. Anzi, peggio, visto che il poliziotto di Mendoza (el «Zurdo» Mendieta) sembra navigare abbastanza agevolmente tra criminalità e polizia, quasi come se i Narcos fossero parte di un paesaggio in cui nessuno li mette in discussione, né si aspetta da loro particolari problemi, mentre la vita reale, forse, è più difficile.
Ho scoperto i libri del «Zurdo» rovistando fra gli scaffali di una libreria di Guadalajara, alla ricerca di un autore che mi mostrasse il Messico vero, quello lontano dai resort di lusso e dai bus turistici che vanno alle rovine Maya. Volevo leggere il Messico dei messicani, non quello dei film di Hollywood, e non quello filtrato dalla logica europea.
L'ho trovato.
L'ho trovato nel linguaggio denso, caotico, scritto alla frontiera tra uno stream of consciousness alla Joyce e un asciutto poliziesco alla Agatha Christie. L'ho trovato nei cibi che vengono serviti a colazione, nell'aguachile, nei peperoni fritti, nelle strade in cui si scoprono i cadaveri, nelle emozioni dei personaggi che cercano riscatto e amore, nei dettagli sorprendenti.
E anche, ovviamente, nell'inaspettato finale.
Se cercate un poliziesco svelto, caotico e indimenticabile, leggete questo!
Per me è stato una porta di ingresso al Messico vero, violento ma anche accogliente, polveroso ma estaticamente bello, e in molti casi divertente. Io ne ho visto una parte infinitesima, sia chiaro: so che il Messico è molto altro, ma voglio raccontarvi la mia esperienza.
Ho letto Mendoza sdraiata su una spiaggia dalle parti di Cancún, dove sono arrivata dopo un certo slalom fra i narcobloqueos, dopo qualche ora di panico all'aeroporto di Guadalajara, e dopo che un vecchio messicano mi ha detto che per due o tre giorni avremmo fatto bene, io e il mio compagno, a non uscire dall'hotel e a non parlare inglese. Non so se il vecchio esagerasse, ma tendo a dare retta ai vecchi del posto, in genere sanno di cosa parlano.
Prima del caos, avevamo fatto in tempo a vedere un po' di «Messico vero» a Guadalajara: siamo stati a un matrimonio bellissimo, abbiamo conosciuto la famiglia di un'amica speciale, abbiamo ascoltato un gruppo di mariachi (tutte donne) suonare in un locale, abbiamo brindato coi vicini di tavolo perché in Messico ci metti niente a fare amicizia con quelli di fianco a te, abbiamo rovistato nella libreria, parlato con la libraia, e trovato i libri di Mendoza.
Poi c'è stato il caos di cui sopra, e il nostro rocambolesco arrivo a Cancún. Il vecchio rugoso ci ha detto che secondo lui in due o tre giorni la situazione si sarebbe normalizzata, ma per il momento non c'erano autobus per la zona di Playa del Carmen, la strada era chiusa, si poteva andare solo verso nord. Per fortuna l'hotel che avevamo prenotato era verso nord, perché invece altri turisti sono rimasti bloccati in aeroporto. Abbiamo trovato un taxi, lo abbiamo pagato il triplo della corsa normale, ci ha portati all'hotel, passando per una strada con parecchi posti di blocco della polizia e dell'esercito. Abbiamo controllato sul sito della Farnesina: non stavano evacuando gli italiani, per cui abbiamo fatto il check-in all'hotel, che comunque era circondato da un recinto e da guardie armate e controllava i documenti di chi entrava e di chi usciva. La ragazza della reception ha avuto un sussulto quando le abbiamo detto che arrivavamo da Guadalajara, ci ha chiesto com'era la situazione nello stato di Jalisco, ci ha detto che queste cose di solito non succedono, che qui eravamo al sicuro, ma di rimanere nel resort per qualche giorno.
Siamo saliti nella nostra stanza e abbiamo iniziato a mettere i vestiti nell'armadio, perché comunque, in caso ti capiti di essere rimpatriato di corsa dal ministero perché succede un disastro non è che ti fermi a tirare su i vestiti, quindi tanto vale mettersi comodi. E poi era un posto splendido, uno di quei posti in cui vai una volta nella vita (almeno, io: voi magari ci andate spesso, beati voi, per me era la prima volta), e quindi te lo vuoi godere per bene. Uno parte per il Messico e gli dicono: portati dei dollari, perché magari ti ferma la polizia e devi pagare qualcosa. Il sito «Viaggiare Sicuri» ti mette la mappa dei posti pericolosi, per i quali ti consigliano «massima cautela negli spostamenti. Rischio scontri tra forze di sicurezza e gruppi criminali», oppure «aree di particolare cautela» per le quali il suggerimento è «Non avventurarsi fuori delle strade statali. Rispettare usi locali». Come se rispettare gli usi locali ti mettesse al riparo dalle pallottole, in caso di «scontri armati».
Quindi, insomma, sapevamo che non è il caso di andartene in giro come un pollo per i pueblos sperduti del Chiapas o di aggirarsi di notte per Città del Messico, o di inneggiare agli zapatisti, per cui avevamo prenotato un hotel a Cancún, in una zona molto turistica.
La spiaggia dell'hotel era bellissima, e praticamente vuota. Vuota la spiaggia, vuoto il mare di fronte: fino a Cuba non si vedevano barche né navi né moto d'acqua, niente. Ti dà un senso di irrealtà, questo vuoto: passare per le strade coi blocchi dell'esercito, con la Guardia Nacional sulle camionette con i mitra spianati, e poi arrivare a un resort chiuso e difeso come una specie di carcere di lusso, con una spiaggia bellissima e vuota, non è esattamente il quadro che mi ero fatta quando avevo immaginato di aggirarmi per Quintana Roo sugli autobus da 15 pesos per scoprire i lati pittoreschi del Messico. Comunque, su quella spiaggia vuota ho aperto il libro di Mendoza e l'ho letto d'un fiato, alzando gli occhi ogni tanto e chiedendomi se stavo ancora dentro il libro, perché sulla spiaggia passava ogni tanto questa jeep dell'esercito con dentro due poliziotti e due soldati, e qualche volta scendevano, con i mitra e tutto, e si aggiravano per i dintorni, o si bevevano qualcosa al chiosco, poi ripartivano verso nord, dopo un po' tornavano.
Jonathan, un ragazzo che faceva il cameriere per pagarsi gli studi e che ogni tanto si fermava a chiacchierare un po' con noi, ci ha detto che verso nord andavano solo per pochi chilometri, perché oltre c'erano le cabanas dei narcos, era territorio loro, mi raccomando se noleggiate una macchina non andate lì, eh. Ha visto che leggevamo in spagnolo, mi ha chiesto del libro. Si è seduto con noi, ha chiesto se ci piaceva il cibo messicano, e com'era il cibo in Europa, e com'era il mare in Europa, e se erano diverse le città e se si poteva comprare la frutta tropicale o solo quella locale, e quale fosse il nostro cibo preferito.
Poi ci ha regalato un RikoPollo, per farci sentire uno dei sapori di casa sua.
Ecco, viaggiare dovrebbe essere questo: sentire i sapori di casa di chi ti ospita.
Per me, Mendoza ha il sapore di torta ahogada, enchiladas, mole, succo di maracuja… e RikoPollo.