«Solo un poco qui, senza incontrarci»
Maria Ospina e la fugace apparizione nel mondo di animali e persone
Vivere tra diverse lingue significa anche, a volte, cercare nuovi posti in cui esercitare una lingua «comfort» (nel mio caso, italiano, spagnolo e inglese, in quest'ordine). O, detto in altre parole, nuovi posti in cui sfuggire per un paio d'ore alla full immersion in una lingua che maneggi ma che senti ancora difficile, e che quindi pone una sfida cognitiva continua ed estenuante (ovvero lo svizzero tedesco, nel mio caso).
In questa ricerca, la mia amica B. e io ci siamo imbattute in una libreria indipendente, a Zurigo e in uno dei suoi eventi: El Club de Lectura di letteratura latinoamericana. Incuriosite, siamo andate a uno degli incontri: B. con il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo correlato alla letteratura di luoghi che sono le sue radici, io attratta dalla possibilità di chiacchierare in una lingua confortevole, entrambe affascinate dalla possibilità di conoscere un libro che non avevamo ancora incontrato.
Il libro di cui si parlava è «Solo un poco aquí» (Qui solo per poco) di Maria Ospina Pizano. Si tratta di un'autrice colombiana, il che mi attrae perché, nonostante la mia passione per la lettura, non ho incontrato molto spesso autori sudamericani. Da un lato, la mia formazione è avvenuta in Italia, ed è stata concentrata maggiormente sulla letteratura italiana ed europea; dall'altro, mi è capitato di scoprire in modo fortuito alcuni scrittori latinoamericani e ho sempre desiderato approfondire il loro approccio, soprattutto perché intuisco tra le righe della scrittura delle differenze culturali che non sono ancora riuscita a definire con esattezza.
Devo confessare che la lettura di Ospina mi è sembrata complessa. Lo stile dell'autrice è un peculiare miscuglio, perché riversa nella stessa pagina rigore scientifico (nel raccontare storie di animali dal punto di vista di un osservatore umano) e voli poetici (nella scelta delle parole e delle metafore). L'ho trovato quindi un libro decisamente diverso da quelli a cui sono abituata: lontano dalle classiche favole (ma forse ne conserva un'impronta?), lontano dalla struttura classica del romanzo e decisamente politico nel denunciare, attraverso le vicende di alcuni animali (una cagnolina, una porcospina, un uccellino, un insetto), i disastri ecologici provocati dagli esseri umani.
La verità? L'ho trovato interessante, ma ripetitivo. Speravo di trovarci una maggiore quantità di «radici culturali precolombiane», che non sono riuscita a identificare; e speravo di trovare, al club di lettura, qualcuno che sapesse guidarmi un po' alla scoperta di questa autrice, come potrebbe fare un esperto o un insegnante di letteratura.
Ho trovato però spunti interessanti: per esempio, una cosa che colpisce, in questo libro, è la totale mancanza di comunicazione tra esseri umani e animali. Uomini e donne osservano, interagiscono o passano vicino agli animali senza vederli; a volte vorrebbero salvarli, a volte vorrebbero possederli; a volte li amano, altre volte restano indifferenti. A volte condividono un destino di migrazione o di solitudine. Ma in tutti i casi, non riescono a capirli né a comunicare con loro. Credo che in questo l'autrice sia molto brava a farci vedere che siamo tutti parte dello stesso mondo, e che anche gli esseri non umani hanno diritto a vivere; ma che noi stiamo facendo un gran casino con la nostra pretesa di regolare, decidere, uccidere, possedere… senza nemmeno capire.
Ecco allora che ho chiuso il libro con l'amara sensazione che, se Project Hail Mary mi era piaciuto per il tema dell'incontro con l'altro, qui l'altro non viene mai incontrato. Qui l'altro è una fugace apparizione nel mondo (solo un poco aquí, appunto), esattamente come noi. Ci siamo vicini, condividiamo lo stesso spazio e, a volte, persino lo stesso destino, ma continuiamo a non vederci davvero. Forse dovremmo imparare a guardare con occhi diversi, a riconoscere presenze che siamo abituati a non vedere. Ma quali occhi servono per farlo?