Dietro le quinte di «Sogni, comunisti e altri disastri»: un’intervista con l’autrice
Da dove nasce Lidia? Quanto c’è dell’autrice nella bambina protagonista? E perché, accanto ai ricordi dell’infanzia, nel libro compaiono sogni e vite alternative? Ne abbiamo parlato con l’autrice.
D. Intanto la domanda ovvia: quanto è autobiografico «Sogni, comunisti e altri disastri»?
R. Ovviamente, molto!
D. Quindi quella bambina sei tu?
R. Sì. Compresi i difetti e l’insopportabile tendenza a contestare, a incazzarsi e a dire parolacce. Ho voluto mostrare la verità, per una volta: siamo sempre così circondati da storie edulcorate, con personaggi che devono essere simpatici a tutti i costi…
D. Quindi la protagonista, Lidia, è una bambina antipatica?
R. Spero di no. Ma è vera, almeno.
D. Anche gli altri personaggi sono veri?
R. Quasi. Sono basati sull’esperienza reale, ma ognuno dei personaggi è in realtà una mescolanza di persone reali. Ad esempio, l’antagonista è la somma di tre bambini che mi insultavano perché provenivo da una famiglia comunista, anche se parla come uno in particolare dei miei compagni di classe dell’epoca. Gli amichetti riassumono le amicizie dell’infanzia, ma non sono ritratti di singoli individui. Più che altro rappresentano l’amico fedele che ragiona in modo logico, l’amica emotiva ma tendenzialmente pragmatica, l’amico con cui si discute sempre in modo molto acceso ma poi in fondo si è amici lo stesso…
D. Ecco, l’antagonista è interessante: insulta la protagonista per il suo background famigliare e politico, ma poi combatte insieme a lei quando percepisce un’ingiustizia verso un’altra bambina del loro gruppo…
R. Certo, perché questo è quello che succedeva realmente. I bambini spesso ripetono quello che sentono dire dagli adulti di riferimento, ma poi sotto sotto hanno una loro personalità, e quando viene fuori si nota. Mauro veniva da una famiglia in cui i comunisti erano da biasimare a prescindere, e Lidia trova fastidioso che lui non capisca questioni che per lei sono pane quotidiano, come la discussione sulla giustizia sociale; eppure, in qualche modo, sono amici.
D. Certo che gli anni ’80, nel tuo caso, sono stati interessanti.
R. Sono stati interessanti per tutti, penso. La mia storia mostra solo come li ha visti una bambina che ha avuto un punto di vista magari un po’ particolare.
D. Nella seconda parte del libro la storia diventa più onirica, fantasiosa.
R. Sì, gli altri racconti sono basati su sogni che ho fatto (da cui il titolo del libro), ovviamente rielaborati… non sogno in modo così dettagliato, di solito. Li ho inseriti qui perché mi sembravano la perfetta continuazione della storia, della memoria: l’inconscio mi ha lanciato un paio di assist, li ho rielaborati con la mia esperienza vera. Per esempio, l’ultimo racconto prende le mosse da un sogno in cui mi risveglio in un’altra città e ho fatto scelte diverse. Senza fare spoiler, posso dire che il resto del racconto è quello che avrei fatto se fosse successo davvero.
D. Il libro sembra quasi avere due diverse anime: nella prima parte, la realtà dell’infanzia, nella seconda, una versione onirica della vita adulta. Come mai questo cambiamento nella struttura? È intenzionale?
R. Sì, è intenzionale. Volevo mostrare la mia esperienza, la mia memoria dell’infanzia, perché la trovo divertente e formativa; ma volevo anche mostrare la mia esperienza degli anni successivi, della vita adulta. Solo che la vita adulta è spesso fatta di promesse mancate, di occasioni che non sono arrivate, o di ingiustizie. Ecco, invece di mostrare il risentimento, l’amarezza di queste cose, ho voluto raccontarle mostrando l’altro lato: la parte divertente che ancora possiamo avere nella vita adulta, che è non smettere di immaginare la nostra vita, quello che vorremmo o non vorremmo fare.
D. Quindi in fondo hanno ragione quelli che dicono che sei arrabbiata. Esistenzialmente, dico.
R. Chi non lo sarebbe? Ho perso troppo presto i miei genitori, e con loro un enorme punto di riferimento, delle persone valide e di grande spessore. Mi sono inventata una casa editrice e un sito web per continuare a dialogare con loro e con la loro storia, per farli conoscere anche ad altri.
D. La rabbia, o il risentimento, non sembrano discendere solo da questo, ma anche dalla vita professionale, o dalle scelte professionali.
R. Di nuovo, chi non sarebbe incazzato? Uno studia, si impegna, prende una laurea, cerca di integrarsi bene in un mondo del lavoro competitivo… e poi il lavoro non c’è, o non è stabile, o richiede compromessi non accettabili. Mi pare normale che uno si chieda se ha fatto bene o no a fare certe scelte. Solo che io cerco di chiedermelo con un pochino di autoironia. E spero che le persone si possano riconoscere in questa storia: voglio dire, in tanti magari si sono chiesti cosa sarebbe successo se avessero fatto altre scelte.
D. Ma forse non in tanti da piccoli hanno avuto genitori comunisti, un nonno che cercava di salvarli dai comunisti, e un modo così implacabile di guardare gli adulti.
R. Beh, implacabile mi sembra una parola grossa, diciamo che ero piuttosto critica fin da piccola. Comunque è vero, i miei genitori avevano uno stile di vita che ha pervaso la mia esperienza.
D. Sono stati dei genitori in un certo senso «pesanti», o quanto meno impegnativi? Mi pare di percepire che Lidia sia vissuta in un contesto in cui le aspettative erano piuttosto alte: avrebbero accettato, quei genitori, una figlia meno brillante, meno politicizzata, meno intellettualmente impegnata?
R. Sì, i miei sono stati genitori «pesanti» e impegnativi: mi hanno offerto una vita piena di stimoli e di persone interessanti, ma anche un’eredità interiore un po’ difficile, se vogliamo. E sì, penso proprio che avrebbero accettato una figlia che avesse fatto scelte diverse, anche meno «prestigiose» in termini di sfida intellettuale. Certo, ritenevano che per sviluppare bene il mio potenziale sarebbe stato bene per me andare all’università, ma se non lo avessi fatto e avessi scelto un lavoro meno ambizioso lo avrebbero accettato.
Quindi è vero, non in tanti avranno avuto genitori come i miei e non in tanti, da bambini, saranno stati immersi in un ambiente così politicizzato, ma penso che la storia sia divertente perché l’esperienza è più universale di così: in fondo tutte le famiglie ti forgiano inculcandoti abitudini, nevrosi e difetti che poi ti porti dietro nel «come sei» da adulto, no? E scommetto che in molti, da piccoli, si sono trovati a guardare al mondo degli adulti e a valutarlo con occhi diversi da quelli di oggi. A me sembra interessante ritrovare, recuperare quegli occhi, e vedere come possono essere diversi da quelli che normalmente si attribuiscono ai bambini. Perché io scommetto che ce ne sono tanti, di bambini, meno scemi di quello che gli adulti si aspettano che siano.
D. Avresti preferito un’altra infanzia? Un’infanzia più convenzionale, magari?
R. No, non avrei voluto un’altra infanzia. Al massimo, avrei voluto saper sfruttare meglio le opportunità che avere questa infanzia mi ha dato. Ma questo, probabilmente, è un sentimento che condividono molte persone.
D. Quindi tu speri che uno, leggendo la tua storia, ci si ritrovi?
R. Beh, questo lo sperano tutti, suppongo. Uno pubblica una storia perché spera che possa avere un qualche valore anche per gli altri. Spero che un lettore possa divertirsi e magari riflettere sull’esperienza di quegli anni, se l’ha vissuta, o vedere una possibile versione di quell’esperienza se non l’ha vissuta. E magari pensare che se non è contento di com’è la sua vita adulta attuale, può ancora immaginarne una diversa. Penso sia quello che uno fa quando scrive storie, no?
Se vuoi leggere il libro, lo trovi qui: Sogni, comunisti e altri disastri .