Il Mazarol

Il Mazarol

Un racconto di Natalino Merotto, 2000

Il Mazarol è uno dei personaggi più caratteristici del folklore delle Prealpi venete, in particolare dell'area tra Trevigiano e Bellunese. Di solito viene descritto come un piccolo essere dei boschi, schivo e misterioso, con barba e capelli lunghi, cappello rosso a punta e un carattere dispettoso e imprevedibile. Le peche del Mazarol (ovvero le sue orme) sono magiche. Se qualcuno le calpesta o le segue, può perdersi nel bosco, essere condotto nel territorio del folletto o perdere la percezione del tempo e dello spazio. In alcune versioni il Mazarol arriva addirittura a togliere memoria o parola alla persona che lo incontra. Ma il Mazarol è anche depositario di conoscenze che gli uomini non possedevano. Nelle leggende insegna infatti agli abitanti delle montagne a fare burro, formaggio e ricotta.

L'associazione "La via dei Mulini – Al Mazarol" conosce bene questo folletto, avendolo ospitato da sempre nel proprio nome e nel proprio cuore.

Il raccontino che presentiamo qui è stato scritto da Natalino nel 2000, e riporta fedelmente la voce del Mazarol stesso, che descrive il proprio incontro con quelli dell'associazione e manifesta la propria contrarietà al trasloco forzato dalla vecchia sede a quella nuova. Questa voce non può' mancare negli archivi di Casa Donatalina, e la riportiamo esattamente come l'abbiamo ricevuta dal Mazarol.


Non è stato facile riabituarsi al sapore del muschio, al colore delle felci che si fanno accarezzare dall'acqua, a strani rumori notturni che avevo dimenticato, agli animali che solo da poco tempo hanno superato la diffidenza iniziale e mi parlano. Con alcuni di loro ho ristabilito l'antica amicizia e mi chiedono continuamente del mondo da cui sono tornato.

Lo scoiattolo è il più curioso e chiacchiera sempre (uno di questi giorni dovrò dargli un nome, lui sostiene di non averne mai avuto uno); la civetta Sara, invece, ascolta in silenzio, ogni tanto rotea gli occhi e mi guarda fisso quasi per capire se sto dicendo la verità. Da quando un cane, molto tempo prima, era passato di là raccontando di uomini buoni, Sara è diventata sospettosa. Uno di quegli uomini di cui parlava il cane (che poi non si era più visto da queste parti) uccise una sua lontana cugina che si stava sgranchendo le ali. Sara non la conosceva bene, avevano abitudini diverse, ma provò un grande dolore la notte in cui la vide immobile penzolare dai rami di un albero, bagnata e rinsecchita. Così quando le racconto degli umani che abitavano la piccola casa in fondo alla valle i suoi occhi diventano una fessura, quasi a voler filtrare ogni parola e valutarne la sincerità. Era stata la talpa Camilla, un inverno di molti anni fa, a dirmi che giù, in paese, c'era della gente che si chiamava come me o chiamavano così la loro casa. Così una sera decisi di andare a vedere. C'era davvero il mio nome sulla porta di quella casa. Era inciso su un pezzo di legno.

Guardai dalla finestra.

Attraverso le fiamme del camino riuscivo a distinguere le persone di cui mi aveva parlato Camilla. Ma non mi assomigliavano…

Come potevano chiamarsi come me?

E poi mi aveva infastidito vedere il mio nome: io ero sempre stato qualcosa di astratto, di mai visto, di raccontato…non si poteva scrivere il nome fuori di una porta come se dentro potessi esserci, voleva dire ammettere la mia esistenza, reale e concreta, invece io sono fantasia e leggenda e così volevo rimanere… D'altra parte provai piacere all'idea che qualcuno desiderasse essere come me.

Quella sera mi fermai poco.

Tornai alla successiva luna piena. C'era ancora il fuoco e loro parlavano. Dalla scala stretta e ripida del corridoio raggiunsi la soffitta. Non potevo esser visto e da lì potevo ascoltare.

I loro discorsi mi incuriosivano e non aspettavo più la luna piena per andare nella soffitta della piccola casa nella valle. Un giorno abbandonai il bosco.

Non fu una decisione, ma una scelta logica: stavo bene in quella casa ed anche se loro non mi vedevano, li conoscevo uno ad uno; passavo ore a fissarli dalle fughe delle tavole sbrecciate della soffitta, ascoltavo i loro discorsi e anche se molte cose non le capivo, avevo imparato a conoscerli dal rumore delle voci… E poi mi lusingava vedere foto, ritratti, dipinti e sculture che mi rappresentavano. E "loro" portavano sempre cose nuove in cui potevo riconoscermi. Sbagliavano il vestito. A quei tempi io mi coprivo di foglie e cortecce, invece "loro" continuavano a mostrarmi vestito con una specie di palandrana rossa. Provai a farmene una usando pezzi di carta fine che "loro" usavano per pulirsi la bocca dopo aver mangiato. Alla prima pioggia si sciolse e la mia pelle rimase rossa per tanto tempo…

Trascorsi molti anni in quella soffitta e furono anni felici di feste, canti e parole. Ridevo e cantavo in silenzio con loro, illuminato da una lama di luce che filtrava dalla fessura più grande del pavimento. Una volta cercai di imitarli nella danza, mi fermai ansimando: uno di loro aveva alzato lo sguardo verso il soffitto. Rimasi immobile. Avevo paura. Abbassò lentamente la testa sorridendo a chi gli era di fronte, forse pensando ad un gatto…

Da quel giorno, comunque, non provai più a ballare, mi limitavo ad accompagnare la loro musica con le mani che tormentavano l'aria.

Quando i giorni diventavano più caldi arrivava tanta gente come non ne avevo mai vista prima. Erano tutti sorridenti e camminavano lentamente, guardandosi intorno. Ogni tanto mi facevo vedere da qualche bambino, ero sicuro che anche se lo raccontava non gli avrebbero creduto. Era una cosa che all'inizio non riuscivo a spiegarmi, ma poi avevo capito che era una regola degli umani non credere ai bambini…

Una sera dalla soffitta non sentivo le loro voci. Guardai dalla fessura: stavano seduti in silenzio. Nessuno parlava.

Arrivarono delle persone che non avevo mai visto, nuove ed estranee. Le voci mi giungevano a tratti. Ascoltavo parole che non avevo mai sentito. Quella sera non rise nessuno, non c'era allegria neanche dopo che quelle persone se ne furono andate.

Nei giorni che seguirono ci fu grande movimento. Libri, mobili, ed anche un pezzo di camino furono caricati su un vecchio trattore. Svitarono lampade e staccarono quadri. Portarono via tutto quello che mi rappresentava. Da ultimo staccarono il pezzo di legno con il mio nome.

Allora ho capito.

Non potevo più rimanere nella "mia" casa, dovevo andarmene (a questo punto del racconto Sara, la civetta, apre gli occhi ed ascolta attenta le mie parole che sembrano confermare i suoi dubbi sugli umani…).

Ho portato via un bastoncino giallo che loro chiamano "matita". (tutte le sere, dopo che se ne erano andati, raccoglievo i fogli che lasciavano sul tavolo grande, mi ricordavo quello che avevano detto ed ho imparato a fare i segni che vogliono dire parole…) ed è con quella che sto scrivendo. Anche se lo scoiattolo senza nome ha detto che ci penserà lui a sistemare la punta che sa fare i segni, non so quanto potrà durare.

Qualcuno ha detto che me ne sono andato piangendo. Non è vero. Ero arrabbiato.

La talpa Camilla mi ha raccontato che "loro" hanno trovato una nuova casa, più bella ed accogliente.

A me non hanno detto niente. E nessuno, da quel giorno, mi ha cercato.

E poi non è la "mia" casa.

Ho trascorso notti intere ad ascoltare il rumore del ruscello, con l'umidità del bosco che mi penetrava nelle piccole ossa e ho preso una decisione.

Farò quello che "loro" non hanno più voglia e tempo di fare.

Di tanto in tanto scenderò nel paese in fondo alla valle. Non mi farò vedere, e sarà facile perché in quel paese la gente è distratta e non vede…

Alcuni di loro scrivono e pensano.

Io ruberò carte e pensieri…

El Mazarol